La mano dello starter era vicina al parabrezza. L'uomo, con il cronometro nell'altra, guardava all'interno della vettura attraverso il cristallo. Le dita scandirono i secondi del conto alla rovescia, mentre Paul imballava il motore con accelerate secche. Cinque. Quattro. Tre. Due. Uno. La Lancia Delta Integrale giallo canarino balzò in avanti con uno scatto deciso, come un ghepardo all'attacco della preda.
 Paul ingranò la seconda, poi la terza e in quarta superò i centoquaranta. I fari parabolici illuminarono a giorno il percorso sterrato.
 «Destra più», gridò Mauro nel microfonino agganciato al casco. Paul scalò
una marcia e affrontò la curva in controsterzo, sfiorando il ciglio stradale con il retrotreno e sollevando un polverone denso.
 «Sinistra più, destra più più, dosso, quattrocento di quinta, sinistra meno meno». Paul tirò la terza a novemila giri, poi affrontò la curva veloce scaricando la potenza alle ruote con le marce alte. L'auto saltò il dosso con l'agilità di un'antilope, atterrando perfettamente in asse, e cento metri più in là raggiunse la prossimità del tornante a centosessantacinque. Paul scalò rapidamente fino alla seconda e con il gioco dei pedali ruotò di centottanta gradi in testacoda controllato, con la precisione della lancetta di un orologio.
 La strada s'inerpicava sui fianchi della montagna ed il pubblico si andava rarefacendo, vuoi per l'ora tarda, le tre del mattino, vuoi per la difficoltà di sistemarsi lungo i bordi del percorso, rappresentato da una mulattiera che zigzagava tra Liguria e Piemonte oltre i mille metri sul livello del mare.
 «Sinistra meno, duecento di quarta, destra meno meno». Paul giostrò più volte con il cambio ed uscì dal nuovo tornante pronto a riportare l'auto verso la velocità di punta.
 «Trecento di quinta, sinistra più con alberi, quattrocento di bosco». Il motore ruggì con prepotenza e l'auto si addentrò nella foresta, con i tronchi che scivolavano lungo i finestrini come spettri fuggenti.
 Nelle settimane precedenti la competizione, Paul e il suo navigatore avevano annotato con cura certosina ogni particolare del tracciato. Avevano in primo luogo compiuto una sorta di giro turistico con la Range Rover, imprimendo su un block notes i punti di riferimento, insieme con una sommaria descrizione di curve, raggi, rettilinei e distanze. Avevano poi riprovato con il muletto in andatura alle-gra, per correggere le imperfezioni che potevano emergere solo affrontando il tracciato a velocità sostenuta. Avevano infine provato ancora con il muletto, ma con la serietà e la concentrazione della gara. Con l'esperienza, la verifica finale li aveva costretti agli ultimi modesti aggiustamenti a quello che sarebbe stato il radar da utilizzare nel rally. La precisione e pignoleria di Mauro erano ossessive, ma Paul non gli risparmiava critiche, inviti e qualche insulto amichevole. Il pilota ricordava sempre al suo secondo che le note dovevano essere riportate e lette come su uno schermo, in modo da consentirgli di guidare anche con gli occhi bendati. Il radar era la loro Bibbia e il loro salvacondotto per allontanare il labile confine che li separava dalla sconfitta o da una curva a rischio.
 Era la diciannovesima prova speciale, e la coppia era impegnata in una prestazione più che decorosa. Al controllo dei tempi, occupavano la terza posizione in classifica generale, a meno di un minuto dal duo di testa, dietro due Toyota Celica ufficiali, loro che gareggiavano soprattutto per passione pur avvalendosi di un'assistenza in gara ben più che artigianale. Un caravan fornito dallo sponsor, un importante grossista di pneumatici di Torino. Avevano prefissato i punti di riunione e a conti fatti si era stabilito, una volta studiato attentamente l'intero percorso e le tappe di trasferimento, che non potessero essere più di quattro, in base agli spostamenti.
 Ma la loro equipe di validi meccanici aveva dato una messa a punto eccel-lente alla macchina, che rispondeva alle sollecitazioni a pieno regime con la stessa
tranquillità di un diesel in autostrada. Paul era un pilota abile, mai un fuorigiri di troppo o una marcia innestata male, e la Delta era come una belva che esegue con docilità gli ordini del domatore.
 «Duecento più, sinistra-destra meno, bivio a sinistra, cento più, sinistra meno meno, seicento di quinta, sinistra veloce». A sei minuti dalla partenza della prova speciale, l'auto era penetrata in un bosco fitto e bastava la minima disat-tenzione per prendere una direzione sbagliata, perdendo secondi o minuti preziosi e compromettendo l'intero rally.
 Paul superò di slancio il semitornante a sinistra e affondò il piede.
 I potenti fasci di luce illuminarono sullo sfondo una sagoma in movimento.
Sembrava una persona. Un uomo? La macchina filava a più di centosettanta e la figura s'ingrandiva rapidamente. No, era una donna. Nuda, perdio! Agitava le braccia quasi al centro della strada. Paul scalò, frenando violentemente. La macchina esitò, sbandando con il retrotreno sul terriccio umido.
 «Che fai, Cristo», gridò Mauro. «Accelera, ancora duecento più più. Più più, maledizione, e poi sinistra veloce. Porca miseria, fottitene!».
 Paul distinse gli occhi di disperazione della donna a pochi metri dal muso dell'auto. Sembravano parlare. Aveva i capelli lisci e lunghi fin quasi sui capez-zoli, che scompigliandosi al vento liberavano il volto solo a sprazzi. La Delta arrivò di tre quarti fino a sfiorarla, e lei la schivò con leggerezza.
 «Dai, spingi», insistette Mauro, urlando forte. «E' solo una matta dai capelli neri. Spingi, cazzo!».
 Paul affondò di nuovo sul pedale e guardò nel retrovisore. La figura sparì nel buio e nella polvere sollevata dalle quattro ruote motrici che ubbidirono pazientemente, riportando la Delta in assetto di corsa.
 «Hai perso almeno quindici o venti secondi. Forza, dacci dentro. Sinistra veloce, trecento di quinta, bivio a destra, destra meno con sassi».
 L'indecisione era costata alla coppia Lacroix-Stefani due posizioni in classifica al controllo del tempo, dieci minuti dopo, al termine della prova.
 Procedettero lentamente e dopo un chilometro accostarono al ciglio, in coda a una lunga fila di altri concorrenti. Avevano venticinque minuti di tempo per la partenza della ventesima prova. Qualcuno era impegnato con l'assistenza per un rapido cambio di gomme, altri aprirono il cofano per verifiche al motore. Alcune autovetture erano apparentemente in ordine, e le coppie utilizzavano il tempo a di-sposizione chi per fumare una sigaretta, chi per dare un ripasso al radar, chi per scambiare impressioni sull'andamento della gara, chi più semplicemente per sgranchirsi le gambe.
 Paul spense il motore, slacciò le cinture di sicurezza, sfilò il casco, aprì la
lampo della tuta ignifuga fino a metà torace e scese dall'auto. Mauro fece altret-tanto mentre dietro di loro il concorrente successivo sopraggiungeva con una Nissan priva di paraurti posteriore e con una vistosa ammaccatura al parafango, attestato di un impatto contro un albero risoltosi con danni sopportabili. Era stata una prova impegnativa.
 Paul estrasse da una tasca della tuta il pacchetto di Davidoff e accese una sigaretta, poggiando le spalle sullo sportello. Mauro chiese a un meccanico lì vici-no un sorso d'acqua, ricorrendo allo spirito di cameratismo caratteristico dei punti  di raduno, e si accostò al suo pilota.
 «Quella pazza ci ha fatto perdere un mare di tempo», disse asciugandosi le labbra con il dorso della mano. «Dev'esserci un manicomio sperduto tra le montagne».
 Paul rimase silenzioso ed emise cerchi di fumo.
   «Dovevo investirla?» chiese dopo un po'.
   «Non ho detto questo, ma...».
   «E allora? La mettevo sotto e la corsa si chiudeva lì».
 «Maledizione, non litighiamo. Se anziché frenare proseguivi, non cambiava niente. Si scansava lo stesso e noi eravamo ancora terzi.»
 «Non illuderti. Stiamo andando forte, ma competere contro le squadre ufficiali è un'impresa titanica».
 «E' vero, ma se il vento tira non capisco perché non spiegare le vele. Non dimenticare il Costa Smeralda».
 Paul inspirò profondamente. Era stata un'esperienza straordinaria, irripe-tibile. Avevano chiuso al secondo posto assoluto, a solo mezzo minuto dal vincitore, ma giusto perchè nell'ultima prova speciale, dopo aver dominato la gara, una foratura li aveva spodestati a un passo dal trionfo. «Solo una serie di coincidenze», commentò Paul con una punta d'amarezza. «In tre sfasciarono l'auto sul monte Nieddu, ed erano tutti i favoriti».
 «Sfasciare l'auto è sempre conseguenza di errori. Noi non sbagliammo niente».
 Paul tacque per qualche istante, con le pupille immerse nel buio. «Che ci faceva lassù?», domandò come aspettando una risposta da se stesso.
 «C'è da chiederselo».
 «Aveva un'espressione di terrore. Un rapimento, forse. Dovremmo avvi-sare la polizia, o almeno i commissari di gara».
 «Paul, per favore», implorò Mauro. «Non mettiamoci nei casini. Facciamo
finta di non aver visto nulla, altrimenti si rischia di dover dare troppe risposte. Tra
dieci minuti si riparte. Preferisco sbattere e ritirarmi anziché perdere da stronzo perché ci hanno trattenuto in un commissariato di frontiera. Magari quelli che ci seguivano l'hanno rimorchiata. O magari l'hanno travolta, e qui mettiamo la parola fine. Va bene?».
 Paul fece un gesto scaramantico. «Forse hai ragione», convenne alla fine, «ma non posso ignorarla. A Sanremo, vado alla polizia e racconto tutto».
 Mauro sbuffò. «Avremo guai, lo capisci?».
 «Mai quanti ne ha quella poveretta».
 La fila di auto era in lento movimento, come un lungo serpente, in un concerto di motori rombanti, cofani e sportelli che si chiudevano e vociare di gente. Qualcuno non aveva completato in tempo le verifiche e le riparazioni indispensabili, e avrebbe inevitabilmente accumulato penalità che lo escludevano dalla lotta per le piazze più pregiate.
 Paul e Mauro invece non avevano problemi. Montarono con calma sull'auto, indossarono i caschi e allacciarono le cinture. La Delta rispose con prontez-za all'accensione. C'erano ancora tre concorrenti a intervalli di un minuto, poi toc-cava a loro. Paul provò ancora l'innesto delle marce e il funzionamento delle luci, e si preparò alla ventesima prova speciale. Come di consueto, lui e Mauro incrociarono le dita appena fu dato il via alla macchina che li precedeva, un'altra Delta Integrale. Era un concorrente che costituiva un impiccio più che un'insidia. Durante la terza e la settima prova speciale l'avevano raggiunto e superato.
 Paul si portò sulla linea di partenza e concentrò lo sguardo sulla mano dello starter. Ingranò la prima e, al via, balzò in avanti.

 L'ultima macchina in gara era una Polo privata. Alle tre e cinquantuno del mattino transitò davanti al radioamatore Condor Nove, che segnalò il passaggio regolare di tutte le vetture registrate sull'elenco, compresa la numero 214, la Polo, ultima in ordine di partenza. Chiuse definitivamente le comunicazioni con la direzione di gara e si apprestò a rientrare alla base. Mise il baracchino nella custodia e si avviò con la torcia illuminata lungo la scorciatoia, un sentiero che portava alla radura dove, un chilometro più a valle, aveva lasciato la macchina.
 La sua passione, comune a molti altri dilettanti, lo portava con una certa frequenza a presidiare i punti più pericolosi ed isolati delle competizioni automobilistiche in notturna. Il suo compito, uguale a quello dei diversi radioamatori impegnati in altri punti del percorso, era quello di segnalare il mancato passaggio di un'auto in gara, con lo scopo di delimitare con la massima approssimazione la zona di un eventuale incidente, per il tempestivo invio dei soccorsi, se necessario. Fino al punto assegnatogli, si era svolto tutto senza intoppi.
 Condor Nove aveva percorso un centinaio di metri, forse meno. Era attento a rischiarare il terreno accidentato, disseminato di rocce aguzze e radici di pino trasversali. Quando si rese conto che il curioso oggetto sporgente da un cespuglio era in realtà una mano, rabbrividì. Si avvicinò con cautela. Scostò con una mano il fogliame folto. Comparve il viso di una donna. Giovane, bella, con gli occhi spalancati in un'espressione di risolutivo terrore. Il suo corpo era completamente nudo e disteso supino, un ginocchio sollevato. Le ferite sul torace erano coperte dal sangue parzialmente rappreso, sul quale una fitta colonia di formiche si era avventata con voracità.
 Confuso da una miscela di orrore e disgusto, Condor Nove si attaccò al baracchino. «Condor Nove a base, passo». «Roger, Condor Nove. Parla pure». «So-no nei paraggi della mia postazione, la numero centoquattro. Mi sono imbattuto nel cadavere nudo di una donna. Chiamate la polizia». «Roger, Condor Nove. Resta dove sei, provvediamo».

 A trentadue anni, Paul Lacroix era un affermato broker assicurativo, il più noto e richiesto di Torino. Era il rampollo di una famiglia blasonata e facoltosa, originaria dell'Alta Savoia. Aveva intrapreso l'attività svolta dal padre, titolare della più importante agenzia del Piemonte, affinandola con il suo acume innato e perfezionandosi soprattutto nelle transazioni internazionali d'alta finanza. Poteva permettersi di coltivare il suo costoso svago motoristico senza trascurare l'attività professionale, la sua squadra di collaboratori era composta dai migliori specialisti del settore. Era fisicamente attraente, con i suoi capelli biondi, l'espressione intrigante, i lineamenti regolari e la corporatura asciutta ed atletica. Pur essendo economicamente ambito, si era tuttavia giudicato non ancora maturo per metter su famiglia, anteponendo professione ed hobby alla voglia di una compagnia stabile e di un erede. Cambiava sovente accompagnatrice, ma la volubile Clara, che due anni prima se n'era andata quasi sbattendo la porta, gli era rimasta indelebilmente nel cuore.
 L'epiteto più pertinente e ricorrente per Mauro Stefani era quello dello squalo, per la corporatura tozza, l'atteggiamento aggressivo e i lineamenti rudi. Vicino ai quarant'anni, aveva già bruciato tutte le tappe della scalata professionale, calpestando con mezzi leciti e non, raccomandazioni politiche e diffamazioni chiunque gli fosse capitato a tiro. Era primario di neurochirurgia, ma si mormorava a buona ragione che esercitasse, senza alcuna discrezione, nelle due cliniche private di proprietà. La prima, a Torino, era una clinica quasi esclusiva-mente impiegata per la chirurgia encefalica, cui si appoggiavano i bisturi più dotati del Norditalia. Nella seconda, dislocata in una verdeggiante vallata delle Alpi Marittime, si praticava una neuropsichiatria sperimentale d'avanguardia, ed era più simile ad un albergo di gran lusso che a una casa di cura. Immersa tra gli alberi d'alto fusto ed attrezzata con due piscine riscaldate, palestre ipertecniche, campi da tennis, tiro con l'arco, maneggio, discoteca, era la meta di un pellegrinaggio senza sosta da parte di nobildonne, ereditiere, top models, donne in carriera, e di tutta una variegata fauna di annoiate croniche, che, con il pretesto di una rinfrescata alla psiche, desideravano soprattutto spassarsela con gli avvenenti infermieri, reclutati dopo un'attenta selezione finalizzata. Il tutto al modico prezzo di un milione e mezzo minimo al giorno.
 Paul e Mauro si erano conosciuti quattro anni prima per motivi di lavoro. Il
professor Stefani aveva assicurato le cliniche e le attività ivi svolte per centodieci miliardi presso i Lloyds di Londra, con una polizza che copriva qualsiasi tipo di rischio, professionale, accidentale, terroristico, vandalico e via dicendo, per un premio in proporzione, degno di un emiro arabo.
 Mauro era rimasto colpito dalla dovizia di trofei custoditi nella bacheca di Paul. Cultore sfrenato delle gran turismo lussuose, aveva tentato, con risultati sca-denti, qualche avventura in autodromo. Ma dopo aver demolito irrimediabilmente la terza Porsche Carrera in un anno, si era convinto che nella guida agonistica non contavano raccomandazioni e quattrini, e la perfidia era utile per scaraventare fuori pista un avversario coriaceo, ma non per supplire alla carenza di talento. La funzione di navigatore poteva rappresentare un valido e gradevole surrogato per primeggiare in quel campo che amava follemente, e Mauro si affrettò a proporsi. Paul, in rotta con il predecessore, responsabile con le sue inesattezze di un paio di prove opache, accettò di sperimentare il suo cliente in un rally non troppo impegnativo. Lo vinsero con una condotta di gara impeccabile quanto spre-giudicata, tenuta grazie all'affiatamento conquistato dalla coppia con notevole di-sinvoltura. Non si separarono più.

 A mezzogiorno di domenica, dopo aver sistemato l'auto nel parco chiuso, il sonno dei due rallisti non poteva essere più agli antipodi di così. Mauro, un po' più affaticato del conduttore, era crollato, sdraiandosi così com'era vestito sul letto, ancora con la tuta semiaperta e con le scarpette ai piedi. Era esausto.
 Non molto diverso era lo sfinimento di Paul, ma certamente molto più gremita di pensieri turbinosi era la sua mente. Non era riuscito a scrollarsi da dosso quell'apparizione improvvisa nella notte che lo perseguitava da ore. Si girava e rigirava sul letto, nella vana ricerca di una posizione che lo aiutasse a cancellare con un solo tratto quell'ossessione, come un cassino sulla lavagna.
 Ma il fantasma nudo rimaneva lì, imperterrito e tenace. Paul scavava negli anfratti della memoria. C'era qualcosa che in quei pochi secondi lo aveva sfiorato, fugace come un soffio leggero. Qualcosa che sapeva essere impressa nel suo cer-vello ma che, preso dalla foga agonistica e dai richiami rabbiosi di Mauro, aveva accantonato da qualche parte. Un particolare forse ininfluente, ma quale?

 La presenza discreta di due agenti in borghese alla premiazione non fu avvertita finché il salone non fu affollato. Prima che avesse inizio la convocazione dei premiati sul palco, uno dei due si avvicinò allo speaker e gli mormorò qualcosa all'orecchio, ricevendone un cenno d'assenso. Quando tutto fu pronto per dare avvio alla cerimonia, lo speaker prese la parola.
 «Signore e signori, prima di dare inizio alla consegna dei trofei, devo rivolgere, su invito delle autorità, un appello ai concorrenti. Intorno alle quattro di questa mattina, durante lo svolgimento della diciannovesima prova a Passo Garlenda, un radioamatore, che aveva appena lasciato la sua postazione, si è imbattuto nel corpo di una donna morta da poco, si presume assassinata. Fino a questo momento non è stata identificata. Chiunque tra i partecipanti sia in grado di fornire una qualsiasi indicazione utile alle indagini in corso, è pregato vivamente di presentarsi presso il locale Commissariato di Polizia. Due agenti lo accompagneranno. Grazie per l'attenzione».
 Paul, seduto in quarta fila, raggelò. Strinse un braccio a Mauro. «Devo an-dare», disse a voce bassa. «Potrebbe essere quella che abbiamo incontrato».
 «Lascia stare, Paul», obbiettò l'altro. «Non immischiarti, noi siamo dei semplici testimoni casuali, questa faccenda può procurarci solo fastidi».
 «Non m'interessa, se è lei, potremmo essere gli ultimi ad averla vista anco-ra viva».
 «Cazzo, facciamone a meno», tentò di opporsi ancora Mauro. Ma era troppo tardi. La loro discussione, per quanto impercettibile, era stata notata. Gli occhi degli agenti e di qualcun altro erano puntati su di loro. Paul si alzò, annuendo, ac-compagnato dalla visibile disapprovazione del copilota, che suo malgrado fu co-stretto ad imitarlo.

 La prima tappa fu obbligatoriamente all'obitorio. I due furono invitati ad accomodarsi nella cella refrigerata. La salma era coperta da un lenzuolo, l'autopsia era programmata per il mattino seguente alle otto.
 Mauro si avvicinò alla barella, mentre l'addetto sollevava il telo fino al collo. Esitò un attimo, poi confermò. «Sì, è la donna che abbiamo visto dopo le tre di stamani». Non mostrò particolari segni di apprensione, forte della sua familiarità con i corpi inerti.
 La reazione di Paul fu meno composta. Osservò il volto inanimato in un misto di pena, nausea, impressione. «Sì», fece eco con un filo di voce, «purtroppo è lei».
 L'ispettore alle loro spalle seguiva con molta attenzione le operazioni di riconoscimento, e rimase perplesso nell'osservare Paul. «Purtroppo?», chiese, inte-ressato. «Mi perdoni, ma perché purtroppo?».
 «Perché conosco questa donna», rispose Paul con qualche imbarazzo.
 Lo stupore dei presenti si toccò con mano. «La conosce? Lei conosce la vittima?».
 «Sì. Il suo nome è, anzi era, Clara Benetti».
 «Ho idea che lei debba raccontarmi una storia», concluse l'ispettore. «Se non le spiace, mi segua nel mio ufficio, in commissariato. Saremo certamente più comodi e meno impregnati di formaldeide. Il suo collega, naturalmente, ci farà compagnia», aggiunse rivolto a Mauro. «E' vero?».
 Mauro assentì, malinconicamente rassegnato a uno spiacevole prolungamento della sua permanenza a Sanremo.

 «Vuole attendere in corridoio il nostro colloquio?», domandò rispettosamente l'ispettore a Mauro.
 «Se allora la mia presenza non è indispensabile», replicò lui, «preferirei tornarmene in albergo».
 «Non posso accontentarla. Devo prima sentirla, ma in separata sede. La prego di comprendere la mia esigenza di riservatezza, e non mancherà di apprezzarla quando giungerà il suo turno». Mauro non poté che sfoggiare una smorfia di condiscendenza, e lasciò l'ufficio.
 «Veniamo a noi, dottor Lacroix. Da dove cominciamo? Diciamo dalle ori-gini. Come mai conosceva la signora, o signorina Benetti?».
 Paul sospirò. «Tempo fa, è stata la mia donna».
 «Quanto tempo fa? Che cosa intende, definendola la sua donna?».
 «Se vuole, posso chiamarla fidanzata. Una storia iniziata circa tre anni fa e durata un po' meno di un anno».
 «Quando l'ha vista questa notte, l'ha riconosciuta?».
  «E' stata una visione troppo momentanea e confusa, tra l'altro i capelli non mi hanno consentito una visuale completa del volto, ma non nego di aver avuto ildubbio che fosse lei. Anche se, in quel posto, a quell'ora, era una presenza tanto inspiegabile quanto inverosimile».
 «Perché non si è fermato?».
 Paul tentennò. «Eravamo impegnati in una prova speciale decisiva per l'esito della gara. Una sosta significava compromettere la possibilità di un piazzamento di prestigio. La sua apparizione ci aveva già penalizzato in qualche modo, costringendoci a rallentare».
 L'ispettore formulava le domande in tono conciliante. Ma voleva essere incisivo, per mettere a fuoco il maggior numero di particolari dell'insolita vicenda. Fu il motivo dell'osservazione successiva. «Si rende conto che la sua, come dire, il suo egoismo di un momento è equivalso a una condanna a morte?».
 «Sì», si limitò a confermare Paul con amarezza.
 «Apprezzo la sua sincerità. Mi racconti qualcosa del passato di questa donna».
 «Era un'indossatrice. La conobbi ad una sfilata di moda, ero stato invitato dallo stilista che l'aveva organizzata, sia perché sono molto amico, sia perché sono il suo broker. Al termine della manifestazione, la invitai a cena. Da cosa nasce co-sa, e prendemmo a frequentarci. Aveva un carattere molto complesso, introversa, instabile, emotiva. Alternava periodi di depressione ad altri di euforia irrazionale. Mi attraeva irresistibilmente, ma mi riusciva difficile tenere dietro ai suoi sbalzi d'umore. Quando l'ho conosciuta, aveva venticinque anni ed era già ossessionata dalla sua professione. In tutti i sensi. Aveva il terrore d'invecchiare precocemente e di essere soppiantata dalle colleghe, che per lei erano rivali quando non nemiche. Questo la portava a un comportamento maniacale nei confronti dell'ali-mentazione. Per due mesi era afflitta da un'anoressia acuta, poi da un giorno all'altro si rendeva conto di aver esagerato, e il suo unico passatempo diventava il cibo. Ma i suoi alti e bassi erano la croce degli stilisti, che, pur reputandola tra le migliori sul mercato, trovavano difficoltà con le sue misure in perenne oscillazione. Una volta era troppo su di peso, nella sfilata successiva gli abiti le ballavano addosso».
 «Perché la vostra unione si è rotta?».
 «Ah, senza alcun motivo veramente serio. Cercavo di starle vicino, di ca-pirla, e lei a volte apprezzava le mie premure, a volta le detestava ed era capace di sparire di punto in bianco per una settimana senza farsi sentire. Poi ricompariva così, come se niente fosse successo. La molla scattò quando le suggerii di affidarsi a uno specialista, uno psicologo, per intenderci. Mi aggredì con una violenza inaudita, fisica e verbale. E' stata l'ultima volta che ci siamo parlati. Ho provato a cercarla per un paio di mesi, senza alcun risultato, poi ho rinunciato definitivamente. Mi è rimasto un unico dubbio, anche se è quasi una certezza. Da quel momento, sono stato tempestato di telefonate mute. Una, due, tre, anche cinque volte il giorno. A casa, in ufficio, sul cellulare. Solo sul portatile ho trovato un po' di pace quando, esasperato, ho cambiato il numero, con il divieto espresso ai miei collaboratori di divulgarlo senza la mia autorizzazione. Poi, d'incanto, un paio di mesi fa l'incubo è finito. Le telefonate sono cessate di colpo. Il dubbio è che fosse lei».
 «Le ha mai parlato di altri timori? Per esser più chiaro, c'era qualcuno che le incuteva paura, o che in qualche modo nutrisse astio, rabbia, o avesse una ragione per attentare alla sua incolumità?».
 «Non me ne ha mai parlato. Però era claustrofoba, per lei l'ascensore era un accessorio inutile, e prendeva l'aereo a malincuore, e solo se non c'era un'alternativa di trasporto razionalmente accettabile».
 «Insomma, dottor Lacroix, non si può definire il ritratto della felicità». L'altro annuì. «Ha detto, mi pare, che non esisterebbe alcuna ragione che giusti-ficasse la presenza della donna tra quelle montagne».
 «L'ho detto, e lo ripeto».
 «Ha anche affermato che, negli attimi in cui le è comparsa davanti all'auto, qualche particolare l'ha colpita, non è così?».
 «E' esatto, ma ancora non sono riuscito a capire quale».
 «Cerco di aiutarla in qualche modo, dottor Lacroix. La donna era comple-tamente nuda e scalza. Piedi e caviglie sono graffiati dappertutto da rovi e rami d'albero, ma le piante dei piedi sono martoriate. In quella situazione, ha sicu-ramente percorso un tratto molto lungo, diciamo un paio di chilometri, su un terreno accidentato. Ma era in fuga disperata da qualcosa, o da qualcuno. E questo qualcuno l'ha raggiunta, e l'ha centrata alle spalle. Abbiamo recuperato due dei tre proiettili calibro nove che le sono entrati dalla schiena e sono fuoriusciti dal petto, devastandole cuore e polmoni. Morte istantanea. Questo ci ha detto il medico legale che l'ha visitata sommariamente, ma una conferma definitiva ce la darà l'autopsia, domattina».
 «Che stesse scappando, credo fosse abbastanza evidente».
 «Sono d'accordo. Per sua memoria, potrebbe tornarle utile un sopralluogo?».
 «E' un tentativo da fare. Credo però opportuno farlo nelle stesse condizioni della scorsa notte, con il buio. La luce del giorno altererebbe tutto».
 «Non ho difficoltà ad accompagnarla. Il tempo di ascoltare anche il profes-sor Stefani, poi potremmo cenare insieme, se non ha altri impegni. Diciamo che intorno alle ventidue, ventidue e trenta ci mettiamo in movimento».
 Paul si alzò, annuendo, e si avviò alla porta da cui era entrato. «No, non da lì», lo fermò l'ispettore. «Esca da quest'altra parte, per favore».
 Paul e Mauro non s'incontrarono.
 «Professore», esordì l'ispettore, «lei conosceva la signorina Benetti?».
 «Sì, per un certo periodo è stata la donna di Paul».
 «Quindi, l'ha frequentata anche lei?».
 «Con una certa assiduità, sì».
 «Era al corrente dei suoi problemi di salute?».
 «Se intende salute mentale, sì. Paul me ne ha parlato spesso, e comunque lo si capiva facilmente dal suo atteggiamento. In una sola parola, molto incostante».
 «Be', certo, è il suo mestiere. Mi tolga una curiosità. Lei ha visto la donna, sul percorso di gara, contemporaneamente al dottor Lacroix. Com'è possibile che  neppure lei l'ha riconosciuta?».
 «La tintura dei capelli la rendeva assolutamente irriconoscibile. Una donna del tutto diversa, fisicamente, da quella che ricordavo».
 «Non fa una piega. La sua versione coincide perfettamente con quella del dottor Lacroix. Bene, professore. Non ho altro da chiederle. La prego di lasciare qualche recapito dove rintracciarla. Non è escluso che possiamo ancora aver bisogno di lei».

 «Non potrebbe andare un po' più piano, dottor Lacroix? Sa, sono abituato a inseguimenti spericolati, ma non ci sono criminali da rincorrere, tra queste mon-tagne. L'assassino della signorina Benetti è lontano dall'essere identificato».
 Paul rallentò, accennando un sorriso. «E' l'istinto del corridore», replicò.
 «Su un tratturo deserto, non corre rischi. Ma su una rotabile aperta al traffico, potrebbe incappare in una pattuglia di Polizia Stradale non troppo indulgente».
 «E' vero, mi è già successo. Sono andato molto vicino al ritiro della paten-te, ma me la sono cavato con una multa severa. Ci siamo, ispettore. Questo è il punto». I fari illuminavano a giorno il rettilineo.
 «Ne è sicuro?».
 «Assolutamente. Quel pino inclinato a quarantacinque gradi è uno dei rife-rimenti che abbiamo utilizzato per la compilazione del nostro radar. Clara è comparsa esattamente all'altezza di quell'albero».
 «Lo sapevamo anche noi, e desideravamo una conferma. Può accostare?».
 Paul eseguì. Fermò l'auto, spense il motore e scese. L'ispettore lo imitò con una potente torcia accesa tra le mani.
 «Dobbiamo seguire semplicemente le impronte dei piedi nudi», osservò. «A volte sono confuse, ma il percorso seguito dalla donna è stato individuato, dall'inizio alla fine. Dunque. Clara proveniva dal ciglio della strada, come vede». Illuminò il terriccio umido. «E' arrivata fin qui, dove l'ha vista lei. Poi è ritornata indietro lungo quest'altro sentiero. Ci sono anche impronte abbastanza fresche di un mocassino maschile, ad occhio e croce un quarantatré-quarantaquattro. Purtroppo, è una misura molto comune di una suola indefinibile, per cui non può esserci molto d'aiuto. Certamente, l'inseguitore deve poi aver ripulito con cura i residui di terra dalle scarpe, se non è uno sprovveduto. Ad ogni buon conto, lui è comparso qualche istante dopo che lei è passato di qui. Perché il concorrente successivo in gara, che aveva un distacco di ottanta o novanta secondi da lei, non ha visto niente. Appena lei si è alzato in piedi, prima della premiazione, ci siamo informati immediatamente con i cronometristi. Il concorrente è letteralmente caduto dalle nuvole, e siamo quasi sicuri della sua buona fede. Quindi, non dovrebbe aver visto nulla».
 I due s'inerpicarono nella boscaglia. Percorsero una cinquantina di metri, poi l'ispettore si fermò, indirizzando la luce della torcia su un cespuglio. «Ecco», disse. «Questo è il punto in cui è stato rinvenuto il cadavere. E' morta all'istante, non abbiamo trovato sangue nel raggio di dieci metri».
 Paul osservò la sagoma disegnata sul terreno, immaginando Clara. Fu brusco. «Ispettore, preferirei proseguire. Mi dà un certo senso d'angoscia, questo posto».
 «La capisco». Indicò con la torcia una doppia diramazione del sentiero. «Guardi. La ragazza in sostanza ha fatto un breve tratto in semicerchio, in quel punto da una parte questo sentiero si riunisce con quello che aveva percorso in andata. Dall'altra parte, c'è il sentiero da cui è sopraggiunto il radioamatore che ha scoperto per caso il cadavere. Abbiamo ricostruito il suo tragitto, e siamo convinti che, dal punto di osservazione a lui assegnato lungo il percorso, non avrebbe potuto udire i  tre colpi di pistola. Naturalmente, per precisione dobbiamo dire almeno tre, cioè quelli andati sicuramente a bersaglio. Non poteva sentirli se la pistola aveva il silenziatore, ma è probabile che, con il frastuono assordante delle automobili in gara, anche delle detonazioni secche fossero difficilmente distinguibili. Ed anche i passi sul fogliame si potevano facilmente confondere con il rumore prodotto da animali in libertà, che in quest'area si possono incontrare con relativa frequenza, anche se me li immagino prudenti e spaventati dal rombo dei motori. Ci lascia perplessi il fatto che la ragazza in fuga non ha cercato aiuto gridando a squarciagola, ma può darsi che fosse impedita dal suo stesso terrore cieco. Mi segua, per di qua». Si avventurò lungo il quarto braccio della dirama-zione.
 «Come vede, stiamo seguendo a ritroso le impronte di piedi e mocassini. Avrà notato che hanno soltanto una direzione».
 «Vedo».
 «Ecco, l'uomo che la inseguiva non è tornato sui suoi passi. Ha proseguito da un'altra parte. Siamo andati a verificare anche questo, e le sue impronte s'interrompono di colpo, a molta distanza da qui, vicino a una traccia recente di pneumatici. Siamo quindi certi che il plausibile assassino non era solo. Aveva un complice che lo aspettava in un'automobile».
 «Non poteva essere l'auto dell'assassino?».
 «E' da escludere. L'omicida non poteva conoscere a priori la direzione che avrebbe preso la ragazza in fuga, e parcheggiare l'auto in un punto preciso. Questo poteva farlo solo un complice».
 Proseguirono in silenzio per una buona mezz'ora, finché il sentiero non sbucò in una piccola radura. «Le è venuto in mente qualcosa, dottor Lacroix?», chiese l'ispettore.
 «Purtroppo no. Niente».
 «Mi segua, dottor Lacroix. Ora avrà una sorpresa». Si fermò sul ciglio di un precipizio, che scendeva quasi a picco per un centinaio di metri. Il sentiero che lo costeggiava aveva inizio dal fondo. A una certa distanza, s'intravedeva, confuso nel verde, un ampio complesso soffusamente illuminato.
 «La donna è fuggita quasi sicuramente da lì», disse l'ispettore. «Dico quasi perché le impronte incominciano dove finisce il piazzale asfaltato. Avevamo pensato ai cani addestrati per fiutare le tracce, poi abbiamo desistito. Un intervento piovuto dall'alto, mi capisce? Ci è stato detto con garbo che questo tipo di confusione avrebbe turbato la tranquillità degli ospiti. Tutte persone di un certo riguardo».
 «Che cos'è? Un complesso alberghiero?».
 «Non proprio. Si chiama il Poggio Verde. E' una casa di cura molto esclusiva, molto costosa. Ma è forse più appropriato definirla centro di benessere. La questione è più complessa di quanto si creda. Questa mattina, con discrezione abbiamo sottoposto la fotografia della ragazza al direttore, al personale e a una serie di clienti della clinica. Lei non ci crederà, ma nessuno, e dico nessuno, l'ha riconosciuta. E, di tutti gli ospiti risultanti dal registro, non era scomparso nessuno, ad eccezione di cinque donne dimesse, o partite spontaneamente, questa mattina. E, ricordo bene, non c'era alcuna Clara Benetti registrata».
 Paul tossì lievemente. «Ispettore», disse poi, «lei sa a chi appartiene il centro?».
 «Certamente, ci siamo informati. A una società lussemburghese, la Salus SA».
 «E sa a chi appartiene, la Salus SA?».
 «Questo no».
 «Al professor Mauro Stefani. Detiene il pacchetto di controllo».
 «Bene. Questa è una novità molto, molto interessante. Credo che possiamo rientrare alla base. Solo un'ultima domanda, dottor Lacroix. Lei sapeva che il per- corso di gara si snodava abbastanza vicino al Poggio Verde, no?».
 «Sì, lo sapevo. Studio sempre la zona sulla cartina stradale, è una mia fissazione».
 «E quando ha riconosciuto il corpo della signorina Benetti, non le è venuto spontaneo un collegamento tra la clinica e la sua presenza in questo posto sperduto, in piena notte?».
 «No, semplicemente perché l'unico accesso al Poggio Verde si trova alle pendici opposte della montagna, da una diramazione della statale numero 28. Per arrivare fin dove ho incontrato Clara, suppongo che in automobile siano necessari almeno quaranta minuti ad andatura sostenuta. A piedi, non bastano quattro o cinque ore, e ho supposto che una donna nuda non sarebbe passata inosservata per tanto tempo, nemmeno a notte fonda. Ma ignoravo l'esistenza di un sentiero che in linea d'aria collega i due posti in un quarto d'ora, mi può credere».
 «A mente fredda, ritiene che Clara poteva essere un'ospite della clinica, a sua insaputa?».
 «Potrebbe darsi, ma mi suona strano pensare che il professor Stefani me l'avesse nascosto. Non ce n'era motivo».

 La sortita mattutina di Mauro nell'ufficio di Paul colse l'assicuratore di sorpresa.
 «Ti trovo molto stanco, Paul», esordì il professore. «Hai dormito poco, o sbaglio?».
 «Ti sbagli, non ho dormito affatto. Sono rientrato a casa alle quattro passate, e non sono riuscito a prendere sonno».
 «Come mai sei arrivato così tardi? Alle nove e mezza, io ero a Torino».
 «Sono ritornato nella zona di Passo Garlenda con l'ispettore».
 «Uhm... Hai scoperto qualcosa di nuovo?».
 «No, ho solo appreso quel che la polizia già sapeva».
 «Ovvero?».
 «Clara è fuggita dal Poggio Verde, inseguita da qualcuno che poi l'ha assassinata».
 «Be', è una notizia abbastanza priva di fondamento».
 «Come fai a dirlo?».
 «Ieri sera mi sono sentito con Cristiano».
 «Cristiano Furlan? Il direttore del Poggio?».
 «Sì. Gli ho chiesto di Clara. Mi ha parlato della visita della polizia, e mi ha confermato con certezza che Clara non faceva parte degli ospiti, né è mai stata al Poggio».
 «Nemmeno con un nome falso? E' nello spirito di Clara».
 «No. Cinque dimesse ieri mattina, ed erano tutte in perfetta salute. Anzi, un po' dispiaciute di lasciare il Poggio. Come tutte le nostre clienti, lo sai».
 «Posso chiedere a Cristiano i nomi delle cinque pazienti dimesse?».
 «Be', non è elegante diffondere notizie così riservate, ma per te farò un'ec-cezione. Paul! Ma perché vuoi saperlo? Non ti fidi più di me?». Il sorriso a pieni denti parve avvalorare il soprannome di Squalo.
 Paul ignorò volutamente la domanda. «Mauro, ascoltami», chiese di ri-mando. «Che cosa fate, realmente, in quella clinica? Me lo sono sempre doman-dato».
 Il professore non si scompose. «Tutto quello che è tutelato dalla polizza assicurativa a te ben nota», rispose freddamente. «Compresa la neuropsichiatria sperimentale».
 «Che cosa nasconde questo termine vago, oscuro, e, lasciamelo dire, al-quanto lugubre?».
 Mauro si fece più sospettoso. Simulò un sorriso naturale, ma aveva l'espressione forzata. «Entriamo in un campo delicato, Paul. Si tratta di segreto professionale. Applico nuove terapie ideate da me sui pazienti che prestano il con- senso alla sperimentazione, e...».
 «Anche chirurgiche?».
 «E' una clinica, no?».
 «Quindi, intervieni anche sul cervello».
 «Sì».
 «E qualcuno si è mai tirato indietro all'ultimo momento?».
 «Certamente. Ti ho appena chiarito che tutti devono essere pienamente consenzienti».
 «Altri insuccessi?».
 «Spiegati meglio».
 «Se sono sopravvissuti tutti al tuo bisturi».
 Mauro si alzò. «Mi dispiace, Paul», troncò con il chiaro intento di barricarsi. «E' un argomento che non può interessarti e non voglio trattare. Mi stupisci, però. Non sono mai stati richiesti risarcimenti assicurativi a valere sui rischi professionali. Solo cose di poco conto, le cucine allagate, un cavallo abbattuto. Questo, almeno, dovresti saperlo».
 Paul comprese che il sodalizio con il suo navigatore era ormai agli sgoccioli. «Voglio i nomi delle cinque donne dimesse», disse infine. «Meglio a me che alla polizia, non credi?».
 «Chiama Cristiano dopo pranzo e sarai soddisfatto. Lo informerò del tuo desiderio e farò in modo che lo esaudisca. Arrivederci, Paul».

 Alle quattordici e venticinque, Paul Lacroix si presentò al gabbiotto di sor-veglianza del Poggio Verde, e cinque minuti più tardi fu ricevuto nell'ufficio di Cristiano Furlan.
 «Non era il caso che ti scomodassi da Torino», fece questo, stringendogli la mano con un sorriso di circostanza. «Sono autorizzato a darti le notizie che stai
cercando, e avrei potuto farlo anche per telefono».
 «Voglio vedere quei nomi con i miei occhi. Dov'è il registro?».
 L'altro gli porse un fascicolo con la copertina color carta da zucchero. Paul lo sfogliò, fermandosi sulle ultime annotazioni.
 «Vedo che non ci sono altri dimessi, oggi».
 «No. Solo otto nuovi ricoveri».
 «Qui, di fianco ai nomi, sono annotati solo i documenti. E gli indirizzi?».
 «Non so se posso...».
 «Che tu possa o no, ti suggerisco di venirmi incontro, Cristiano. Lo farai con me, o ti obbligherò a farlo».
 Con riluttanza, il direttore aprì lo schedario alle sue spalle, e dopo aver fru-gato rapidamente, estrasse cinque schede e le porse all'altro, che annotò su un biglietto ciò che lo interessava.
 «Grazie, Cristiano», salutò Paul, alzandosi.
 «Conto sulla tua discrezione», ribatté il direttore del Poggio. «Mi auguro che tu non voglia prendere iniziative dannose per il buon nome della clinica. Non credo opportuno interpellare queste signore, potrebbero non prenderla bene».
 «So fin dove posso spingermi, Cristiano».
 Appena Paul si fu allontanato, Cristiano formò un numero telefonico. «Sta andando via», disse al suo interlocutore. «D'accordo», assentì alla risposta.
 Cinque minuti prima delle quindici, un'Audi S4 blu notte da 250 orari seguiva a debita distanza la Mercedes di Paul, che non era diretta a Torino, ma verso l'autostrada Genova-Ventimiglia.
 Le cinque pazienti dimesse la domenica mattina erano una milanese, una torinese, una romana, una veneziana e una genovese. La milanese risiedeva a Milano 3, la torinese sulla collina di Superga, la romana alla Camilluccia, la vene-ziana sul Canal Grande. Ma la genovese aveva destato la curiosità di Paul. Mentre le altre quattro abitavano nelle più belle zone residenziali delle rispettive città, l'indirizzo dell'ultima gli diede da pensare. Ricordava vagamente il quartiere di Genova, e aveva il dubbio che fosse in collina, ma non riusciva a metterlo a fuoco.
 Alle cinque del pomeriggio, Paul arrivò a Quezzi. Un enorme serpente di cemento armato si snodava, interminabile, lungo un lato della strada, e il contrasto
tra il carattere apparentemente popolare della costruzione e la lussuosità del Poggio Verde era quanto mai stridente. La signora Silvia Pozzolini aveva soggiornato tre settimane al centro, con una spesa orientativamente superiore ai trenta milioni, extra esclusi. Forse più di un anno di stipendio, se, come Paul suppose, era una lavoratrice dipendente.
 Ma la signora che, al suono del campanello, aprì la porta a Paul, era ancora più distante dall'agiatezza di quanto aveva ipotizzato. Era una donna grassa e tozza, abbigliata in modo sciatto e dozzinale, e reggeva un lattante piagnucoloso cullato tra le braccia.
 «Buongiorno, signora. Mi chiamo Paul Lacroix e sono un rappresentante della Salus SA».
 «Se vende enciclopedie a rate, mi dispiace, non sono interessata».
 «No, signora. Conduco un'indagine di mercato per conto della mia società presso tutti i suoi clienti. Vorrei sapere se si è trovata bene durante il suo soggiorno al Poggio Verde».
 La signora disegnò una circonferenza con le labbra. «Oh!», esclamò. «Bene... molto bene», riuscì a dire.
 «Ha portato anche il bambino, con sé?».
 Lo stupore si mescolò allo spavento, e la donna non resistette oltre. «Che cosa vuole da me? Belin, se ne vada immediatamente». Con la mano libera chiuse l'uscio sul naso di Paul. Quello che lui aveva visto e sentito, era più che sufficiente.
 Con il buio, non si rese conto dell'Audi che continuò a seguirlo sull'autostrada in direzione di Sanremo. L'ispettore, preavvisato da Paul con il cellulare, lo aspettava per un resoconto dettagliato sui sorprendenti sviluppi.

 La Mercedes correva ad oltre duecento orari. Quando il primo proiettile perforò il lunotto posteriore, istintivamente Paul sterzò a sinistra. Guardò nel retrovisore, e per un attimo la sua vista rimase abbagliata dai fari dell'auto che procedeva quasi incollata al suo paraurti. Il secondo proiettile gli fischiò vicino all'orecchio.
 Fu una questione di riflessi. Paul affondò l'acceleratore, e la macchina sovralimentata rispose con un balzo in avanti. Sorpassò un Tir, poi sterzò violentemente a destra rientrando nella corsia di marcia normale, e piantando contemporaneamente il piede sul freno. L'auto rallentò di colpo, piazzandosi davanti all'autotreno. L'inseguitore, colto alla sprovvista, superò la Mercedes senza poter eseguire la stessa manovra. Paul vide l'Audi sfrecciare alla sua sinistra, accostò nella corsia di emergenza e si fermò. Ingranò la retromarcia e avviò la sua manovra spericolata, viaggiando all'indietro per quasi un chilometro, fino all'area di sosta precedente. Ma era salvo per miracolo, e i due fori stavano lì a testimoniare la sua serata fortunata.
 Un quarto d'ora dopo, l'ispettore, informato da Paul circa il precipitare degli eventi, spedì una pattuglia della Polizia Stradale che lo scortò fino a Sanremo.

 «Mi gioco la carriera, dottor Lacroix. Lei capisce che cosa significa perquisire il Poggio Verde?».
 «E lei capisce che cosa significa tardare un solo minuto? Vuol dire correre il pericolo che sia cancellata qualsiasi prova di quello che succede lì dentro. Vuol dire probabilmente condannare a morte altri innocenti. Ispettore, alzi la cornetta e si faccia firmare il mandato dal magistrato. Ogni istante è prezioso».
 «No, non è possibile. Questa donna di Genova non ha negato di essere stata cliente della clinica. Non è una prova».
 «Lo sono  la sua condizione economica e il suo deprimente aspetto fisico. Non può permettersi una spesa del genere, e non può aver lasciato un bimbo di pochi mesi per tre settimane solo per andare a farsi i massaggi o chissà cos'altro. Quella non sa nemmeno dove si trova il Poggio Verde. E, tanto per chiudere il discorso, è una prova la mia Mercedes ridotta come un colapasta».
 «Quindi, lei pensa che...».
 «Io penso che la signora Pozzolini ha incassato un po' di quattrini per arrotondare. Ignoro che tipo di rapporti esistano tra lei e il Poggio Verde, ma il suo compito è quello di giurare fino alla tomba che lei è una delle cinque donne dimesse dalla casa di cura. Ma io sono convinto che le donne entrate erano cinque, quelle dimesse quattro. La quinta è Clara, alias signora Pozzolini, oggetto fallito degli esperimenti folli di Mauro Stefani. Quando lei ha capito che qualcuno stava per trasformarla in una cavia, ha tagliato la corda, ma loro non potevano consentirle di spargere ai quattro venti i segreti del Poggio, e l'hanno soppressa».
 «Secondo lei, perché non hanno recuperato subito il corpo per eliminarlo? Era troppo scontato arrivare alla clinica, non le pare?».
 «E' un'ipotesi, ispettore, ma io penso che l'assassino è stato colto in contro-piede dal radioamatore. Non ne immaginava neppure lontanamente l'esistenza, per cui si stava preparando a riprendere il corpo per disfarsene con più calma. Clara sarebbe entrata a far parte delle migliaia di persone scomparse nel nulla. La conoscevo bene, e sono sicuro che nessuno fosse informato del suo ricovero. Avrà detto agli amici e ai parenti che andava in viaggio».
 L'ispettore rifletté. «Le concedo un'unica possibilità, dottor Lacroix», disse
infine. «Io non chiedo niente al magistrato, riceverei un rifiuto che mi legherebbe le mani. Andiamo subito al Poggio Verde. Io verrò con lei, e con noi una Volante. Se è in grado di provare sul posto un sospetto qualsiasi, le garantisco che avrà soddisfazione».
 «Un'idea io l'ho, ispettore».
 «Sentiamo».

 Le due automobili giunsero all'ingresso della casa di cura poco dopo le ventuno. Di fronte ai tesserini esibiti delle forze dell'ordine, la sorveglianza non poté rifiutare l'accesso.
 Nel piazzale di sosta, tra le altre automobili parcheggiate, Paul distinse su-bito l'Audi blu e la Porsche di Mauro. Il professore era lì.
 Paul attese fuori. Gli agenti non chiesero il permesso per irrompere nell'ufficio del direttore, armi in pugno. Cristiano Furlan non fu sorpreso tanto dalla visita, quanto dai modi. «Forse era il caso di bussare», obbiettò con calma glaciale. «Ma la vostra fretta sarà giustificata da un mandato, immagino».
 «Non è necessario», rispose l'ispettore. «Non siamo qui per lei, ma per ar- restare il signor Pozzolini».
 «Il cuoco?», domandò Cristiano, disorientato. «Di che cosa si è reso re-sponsabile?».
 «Non posso dirlo a lei. Lo convochi immediatamente, se è presente».
 Cristiano obbedì. Alzò la cornetta del telefono. Due minuti più tardi, un cuoco con il suo cappello e il grembiule bianco dall'aria spaesata si affacciò nell'ufficio.
 «Qual'è il nome di sua moglie?», chiese a bruciapelo l'ispettore.
 «Silvia», rispose l'uomo, sempre più impressionato. «Che cosa le è successo?».
 «Sta benissimo, stia tranquillo. Ma ci spieghi perché è rimasta ricoverata qui per tre settimane».
 L'uomo guardò il direttore, che finalmente realizzò. Il bluff era riuscito. «Non è mai venuta, qui», confessò l'uomo, rassegnato. «Ci hanno dato tre milioni, perché lo dichiarassimo. E' un reato grave, signore?».
 «Lo vedremo dopo. Per ora può andare. Lei», proseguì, rivolto a Cristiano, «mi trovi il professor Stefani».
 «E' impegnato in sala operatoria. Non posso disturbarlo».
 «Le conviene farlo, invece. Un'interruzione violenta può essere rischiosa».
 «Naturalmente, lei sarà chiamato a rispondere del suo atteggiamento arrogante...».
 «Sono molto più arroganti i proiettili che bucano le Mercedes. Ma è que-stione di opinioni. Allora?».
 «Andrò di persona».
 «Naturalmente, vorrà essere accompagnato, no?».

 Paul passeggiava nervosamente fuori della palazzina. Cristiano, un agente e l'ispettore uscirono dall'ufficio. «Ci segua, dottor Lacroix. Andiamo a scambiare due chiacchiere con il professore. Ah, le devo i miei complimenti, aveva visto bene. La signora Pozzolini è la moglie di un dipendente del Poggio. Direttore, dov'è la sala operatoria?» .
 «Nell'ala opposta dell'edificio principale», rispose Cristiano.
 Il pianterreno era illuminato. Le risate si sovrapponevano alla musica di un'orchestrina. Paul si avvicinò alla vetrata. Nel salone, allegre coppie travestite erano impegnate in danze sfrenate, ai limiti della decenza. Stelle filanti, coriandoli, festoni, luci intermittenti non si contavano. «C'è una festa?», chiese.
 «Sì», rispose Cristiano. «Domani è martedì grasso, ma le nostre ospiti han-no voluto cominciare a festeggiare fin da stasera».
 La parrucca bionda di una ragazza volò verso il soffitto, scoprendole la capigliatura bruna. Paul ricordò, finalmente. «Andiamo», disse.

 Mauro non si fece attendere. Indossava il completo verde da chirurgo. Si tolse la mascherina, e salutò con il suo largo sorriso. «E' un piacere rivederti, Paul», disse a denti stretti, «anche se non potrò dedicarmi a lungo, a te. Stanno aprendo una calotta cranica, lì dentro, e non è esattamente come dividere un melone in due».
 «Era quello che volevi fare a Clara, vero? Per te e i tuoi studi da squilibra-to lei era un soggetto ideale».
 «Sarei stato ben felice di esaminare i suoi poveri neuroni ammalati, se me lo avesse permesso, ma come ben sai...».
 «No, Mauro, è finita, per te. Mi sono roso l'anima per due giorni. Cercavo disperatamente di ricordare quegli attimi di gara, ma non ci riuscivo. Involontaria-mente, il tuo festino rosa di carnevale mi ha fatto ritrovare la memoria. Se la stanno spassando, nel salone, e c'è da giurarci che questa notte le camere saranno tante alcove roventi, per la gioia delle tue ospiti in cerca di nuove emozioni».
 «Dove vuoi arrivare, Paul?».
 «Professor Stefani, spiega all'ispettore in termini comprensibili che cos'è un lapsus freudiano».
 Mauro sorrise, allargando le braccia con supponenza. «Penso che lo sappia», osservò. «In ogni caso, si verifica quando si ha la tendenza inconscia ad esprimere un concetto opposto o diverso da quello che si vorrebbe. In un certo senso, la persona si lascia sfuggire qualcosa che è sepolto nel suo io. Per fare un esempio...».
 «L'esempio lo faccio io», lo interruppe Paul. «Da qualche mese, Clara si era tinta i capelli. Biondo cenere. E biondo cenere erano i suoi capelli, quando si parò davanti alla mia Delta lanciata a centosettanta. I suoi capelli alla luce dei fari scintillavano come oro. Per questo non la riconobbi al volo. Invece tu la rico-noscesti immediatamente, ma commettesti un grossolano lapsus freudiano».
 «Non capisco...».
 «Imprecasti, Paul. E' solo una matta dai capelli neri, gridasti. In quel momento, tu sapevi perfettamente che quella donna era Clara Benetti. Non fosti tu a gridare, fu il tuo io, che aveva memorizzato una splendida ragazza dai capelli cor-vini».
 «Questo non prova niente, Paul. Stai giocando duro, e... attento, questa volta puoi uscire di strada. Per sempre».
 «Lo vedremo, Mauro. Ma se il proiettile conficcato nel cruscotto della mia Mercedes proviene dalla stessa pistola che ha ucciso Clara, non sarà difficile dimostrare che Cristiano è l'assassino, e tu il mandante. Non è escluso che qualche impercettibile residuo di polvere da sparo si possa trovare sul montante della sua Audi».
 «Sono affermazioni gratuite», reagì, acido, Cristiano.
 «Può darsi, e verificheremo», intervenne finalmente l'ispettore, «ma per il momento siete entrambi in stato di fermo. Se volete, potete avvertire un legale di fiducia. Ma userete il mio cellulare, e non sarete persi di vista dai miei uomini. La prego, direttore, eviti di lavarsi le mani. Un guanto di paraffina ci solleverà da qualsiasi equivoco. Nel frattempo, mi dica... Quanto porta, di piede?».
 «Quarantatré».
 «Non è una prova, ma è certamente un indizio ulteriore...».
 «Ispettore, devo portare avanti l'intervento chirurgico», obbiettò Mauro. «La paziente è sotto anestesia».
 «Mi può riassumere brevemente la natura del suo malanno?».
 «Devo asportare un tumore benigno al cervelletto. Per la delicatezza della zona, è un'operazione molto impegnativa».
 «Professore, mi auguro nel suo interesse che almeno in questo caso non si tratti di uno dei suoi esperimenti da macellaio. Assisterò io in sala operatoria, non credo mi possa impressionare più delle tante autopsie che mi sono state imposte. Proceda pure, la raggiungo fra qualche istante. Il tempo di telefonare al magistrato di turno per l'autorizzazione e chiedere rinforzi. Anche perquisire un complesso qual'è il Poggio Verde è un'operazione molto impegnativa».
 Mentre Mauro si allontanava, Cristiano fu preso in consegna dall'agente.
 «C'è solo una cosa che non mi è ancora chiara», rifletté Paul ad alta voce. «Perché, quando è fuggita, Clara era nuda?».
 «Ce lo spiegheranno loro, con calma. La mia è un'ipotesi, e dovremo procedere con cautela. Credo che il compito di tutti questi medici, finti medici e infermieri particolarmente dotati sia quello di distrarre, rallegrare o intrattenere le clienti, sotto ogni punto di vista. Durante la prima settimana di permanenza presso il centro, il professore manteneva le sue ospiti sotto attenta osservazione, ed era poi in grado di dimettere i soggetti che non facevano al suo caso, puntando invece le vittime potenziali da sottoporre ai suoi esperimenti, e che tratteneva qui in qualche modo. Le più deboli, le più indifese. La signorina Benetti probabilmente apparteneva alla seconda categoria, ma non alla prima, e, in questo, Stefani ha preso un fenomenale abbaglio. L'autopsia della donna non ha rivelato segni di violenza carnale, ma la certezza di un rapporto sessuale completo, consumato pochi minuti prima del decesso, poi qualche graffio superficiale sulle braccia. Era alla stretta finale e ha opposto resistenza. L'uomo che l'ha posseduta è quello inca-ricato di convincerla a sottoporsi a un trattamento speciale, non trovo di meglio per rendere l'idea. La signorina ha dato un primo rifiuto, poi, davanti all'insistenza anche fisica dell'uomo, è entrata in fibrillazione, d'altro canto sappiamo che soffriva di qualche fisima, forse più d'una. E' fuggita, nuda e terrorizzata. L'uomo ha avvisato il direttore, a questo punto non c'era altra scelta che sopprimerla. Una testimone troppo pericolosa. E' credibile, dottor Lacroix?».
 «Conoscendo Clara, be', sì, ispettore».
 «Bene. Non ci resta che prendere contatto con tutte le ospiti registrate presso il Poggio Verde fin dalla sua apertura. Se ricordo bene, quattro anni circa. Concentreremo l'attenzione sulle permanenze superiori a una settimana, e a quelle comunque poco plausibili. Per intenderci, la cricca di Stefani deve aver foraggiato parecchie Silvia Pozzolini, e ognuna di loro che è stata ricoverata in questo posto può nascondere una cavia nella migliore delle ipotesi, una vittima nella più pessimistica. E infine dovremo identificare l'ultimo partner della signorina Be-netti. Se necessario, ricorrendo all'esame comparato del DNA, sullo sperma e sui brandelli organici trovati sotto le unghie della vittima. E' un testimone fondamen-tale, per noi. E ora, dottor Lacroix, mi permetta un paio di telefonate importanti. Sarà una nottata lunga, temo, lunga e faticosa».
 «Per me», commentò Paul, «è la quarta consecutiva priva di sonno, ma ci sono abituato. Domani sarò costretto a un'intera giornata di riposo assoluto».

 «Trecento più, cento di quarta, sinistra meno con muretto, poi c'è l'arrivo».
 La Delta Integrale giallo canarino dell'equipaggio Lacroix-Quadrella chiuse la seconda prova speciale in testa alla classifica provvisoria.
 Paul accostò e smontò dall'auto. «Stai andando forte, Claudio», gridò sod- disfatto. «Se continui con questa grinta, finalmente riesco a vincere il terzo rally della mia carriera, dopo due anni di digiuno».
 L'ispettore gradì il complimento, ricambiando con un sorriso.