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Venerdì, 27 maggio

L'ultimo venerdì del mese era insolitamente caldo ed afoso per Milano. Alle dieci di sera, in città erano rimasti in pochi a subire la temperatura di trenta e più gradi e il tasso d'umidità relativa da clima tropicale.
   Teresa Fumagalli non aspettava altro per correre a godersi la villa di Stresa che si specchiava sul Lago Maggiore. Trentacinque anni e un metro e settanta di curve a gomito, era una rossa che quando s'incontrava per strada calamitava gli occhi al solo ancheggiare. La sua schedina l'aveva vinta un giorno d'agosto, otto anni prima, quando era cassiera in un grande supermercato alimentare nei paraggi di Piazzale Principessa Clotilde. Un uomo sulla cinquantina d'aspetto gradevole e cortese, capelli cenere ma ancora molto attraente, aveva fermato davanti alla sua cassa un carrello stracolmo del più inutile ben di Dio: cardi in scatola, gnocchi al-la romana surgelati, pasticcio di tacchino e mele, conserva di carote e limoni, ace-to al rosmarino, chardonnay della California e via dicendo. Poteva essere un coniugato con moglie in vacanza capitato per caso in uno dei pochi esercizi aperti in agosto, o un attempato single esperto con il ferro da  stiro, vista la camicia inap-puntabile.
Teresa aveva sorriso dinanzi a tante stravaganze culinarie, lanciando un'oc-chiata incuriosita all'anulare dell'uomo privo di vera. Era da tempo in cerca di un buon partito per sistemarsi e prendere a frequentare qualche boutique di classe, la-sciando alle spalle i saldi di fine stagione dei negozietti al Corso Vercelli.
L'uomo aveva mostrato dimestichezza con carrelli e sacchetti di plastica, ma non con la gestione della dispensa casalinga, per cui aveva accettato di buon grado qualche consiglio.
Il supermercato divenne meta abituale dell'uomo, Teresa la sua cassiera fa-vorita, e il proprio carrello sempre più occupato da filetti di platessa e sempre meno da tacchini pasticciati. Sei mesi dopo, Teresa Fumagalli aveva sposato in Municipio Aldo Rossetti, scapolo impenitente, ed era diventata la moglie di uno tra i più noti e facoltosi collezionisti filatelici d'Italia, coronando il suo sogno di indossare, finalmente senza patemi finanziari, il primo abito firmato da Giorgio Armani.

          Per Aldo non era una novità trattenersi nel suo studio milanese in casa, spedendo altrove la moglie. Non perché non le fosse sinceramente affezionato, ma a cinquantasette anni suonati il suo appetito sessuale algido era poca cosa al confronto di quello infuocato dell'avvenente Teresa. Un tacito accordo le consentiva d'appagare ogni desiderio, incluso quello fisico, e lei, apprezzando la disponibilità del marito, ricambiava con una gestione familiare premurosa. A tavola, il manicaretto preparato con fantasia e gusto era la norma. Non erano arrivati eredi, ma questo la addolorava poco. L'affetto materno inespresso era sufficientemente rimpiazzato dall'esigenza di esternare la sua straripante vanità, e Teresa vagava con frequenza tra parrucchiere e palestra d'aerobica, alla ricerca del punto di perfezione.
Aldo si asciugò con il fazzoletto la fronte imperlata di minuscole goccio-line, poi lo rimise, umido, nella tasca dei pantaloni. Il suo ospite era in ritardo di una buona mezz'ora sull'appuntamento fissato per le nove e trenta. Il balcone spa-lancato dell'attico che dominava Via Manzoni non dava alcun sollievo, l'aria era immobile e il rumore dei tram in transito era l'unico sfondo di una vita metro-politana avvolta dall'apatica pigrizia di un fine settimana assai più caldo della media stagionale.
Portò le mani dietro la nuca spruzzata di grigio, poggiando le spalle sullo schienale della poltrona di cuoio in cui era sprofondato e che non consentiva la traspirazione. La camicia gli sembrava incollata sul dorso. Lanciò uno sguardo pensieroso sul monitor alla sua sinistra. Aveva scelto uno screen-saver multico-lore in cui luminosi pesciolini nuotavano lentamente su uno sfondo screziato di cobalto. Era il suo salvaschermo privilegiato. Lo scrittoio in mogano era nudo, solo un portapenne in radica con due penne a sfera Montblanc, una nera una bor-deaux, una rubrica rilegata in cuoio, il mouse ergonomico ed il monitor. Il per-sonal con gli altri accessori, tastiera e modem e il telefono con fax e segreteria incorporati erano ordinatamente sistemati sul tavolinetto alla sua sinistra. Un impercettibile velo di polvere si stendeva sul cristallo che riparava il piano dello scrittoio, in contrasto con l'ordine meticoloso dello studio, a ricordare che la donna a ore aveva preso un'imprevista mattinata di libertà. In sottofondo, le mani di Ashkenazy volavano leggiadre sui tasti del pianoforte. Le casse acustiche diffondevano con perfetta fedeltà le armonie di un Notturno di Chopin.
   Il cicaleccio del citofono interruppe bruscamente il suo torpido ascolto. Aldo si alzò e uscì nell'ingresso per rispondere. «Sì?»
«Sono io, scusa il ritardo.»
«Sali. Settimo piano, la porta a sinistra uscendo dall'ascensore.»
Premette il pulsante per l'apertura del portone e un minuto più tardi fece entrare in casa un uomo distinto, intorno ai trenta, forse qualcosa di più, la giacca principe di galles verde e nera ben abbottonata sui pantaloni grigio scuro. Le occhiaie appena mascherate da una leggera abbronzatura denunciavano la sua vita notturna con poco sonno e molto svago.
Aldo lo detestava. Lo accolse con aria di sopportazione, e lo precedette nello studio senza strette di mano né dir parola.
«Accomodati pure», gli disse finalmente indicando una delle due poltrone per gli ospiti davanti allo scrittoio.
«Spero non ti dia fastidio la musica. Vuoi da bere?»
«Che cosa mi offri?» chiese di rimando l'altro, sedendosi.
«Io prendo un Glenlivet dodici anni. E' un malt favoloso, te lo consiglio.»
«Vada. Con un cubetto di ghiaccio.»
Aldo girò intorno all'ospite e aprì il mobile bar incassato nella libreria. L'uomo, mani incrociate sul ventre, lo seguì con lo sguardo mentre prendeva la bottiglia e due bicchieri da whisky con il bordo in oro zecchino. Aldo uscì dalla stanza e dopo qualche attimo rientrò, due cubetti in un bicchiere, uno nell'altro che poggiò davanti all'ospite, e non che l'atmosfera sembrava tanto meno fredda. Si risistemò nella sua poltrona e versò due dita di Glenlivet per ciascuno. Adagiò la bottiglia alla sua destra e afferrò il bicchiere.
«Potresti accontentarti di un paio di giri completi, Repubblica in quartine», suggerì con tono basso, roteando lentamente il bicchiere nell'aria. «Puoi smerciarli con più facilità, senza dare troppo nell'occhio.» I cubetti battevano ritmicamente contro il cristallo.
«No. M'interessa il foglio. Ho già il compratore.»
«Non l'avrei messo in dubbio. Mi addolora molto separarmene, lo sai bene. E' il pezzo più pregiato della mia collezione. Se ne intuirà subito la provenienza.»
«Cazzate», sbottò l'altro. «Eravate soltanto in due o tre al corrente della sua esistenza. Ti conviene di più tacere e accettare che sia io a portarlo alla luce. Non mi sarà difficile dichiarare che è appartenuto alla mia collezione di famiglia...»
«...che tu hai smembrato...»
«Non sono affari tuoi. E poi, qualche esemplare buono mi è rimasto.»
«Ben poco. Hai dilapidato una fortuna.»
«Ora basta», troncò l'altro, spazientito. «Tira fuori il foglio e facciamola finita.»
Aldo accostò il whisky alle labbra e diede un sorso, l'ospite non aveva ancora toccato il suo. Poggiò con leggerezza il bicchiere ed aprì il primo dei due cassetti alla sua destra. Prese delicatamente una cartellina di plastica trasparente che conteneva un foglio, quasi completo, di trentanove francobolli rosa. Mancava solo quello d'angolo, in alto a destra.
L'ospite s'inumidì le labbra con la lingua.
«E' stupendo, non trovi?» disse Aldo, quasi in estasi. Estrasse con calma dal fondo della custodia una fotografia a colori, in scala ridotta, del foglio ancora integro, con otto righe dattiloscritte e una firma. Era il certificato d'autenticità dei francobolli, sottoscritto da Lucio Simeone, un competente perito filatelico. Lo straordinario foglio di Gronchi rosa di Aldo non faceva eccezione alla regola che vuole ogni pezzo di grande valore accompagnato dal suo certificato di garanzia che ne attesta originalità e qualità.
L'ospite si alzò lentamente dalla poltrona.
«Perché ne manca uno?» chiese girando intorno allo scrittoio.
«Ho voluto tenerne un esemplare per ricordo, questo come minimo me lo concederai. Sai che sono un collezionista puro, non uno speculatore. Non credo che per te faccia molta differenza, data la somma che certamente ricaverai dalla vendita.»
L'ospite si accostò al fianco destro di Aldo, rimanendo arretrato di poco rispetto a lui. Fu un solo attimo. Con la mano sinistra sbottonò la giacca, portando la destra al fianco opposto, all'altezza della cintola. Impugnò la pistola e la portò alla tempia di Aldo con un movimento rapido quanto impercettibile.
La morte fu istantanea. Aldo si accasciò di lato con la testa reclinata, le braccia penzoloni. Lo svuotamento dei polmoni inerti produsse un soffio simile a quello di un pneumatico sgonfiato di colpo, e due rivoli di sangue colarono dalla bocca e dall'orecchio.
L'assassino aveva studiato attentamente i particolari dell'azione, ma non aveva previsto che la vittima avesse in mente di trattenere per sé uno dei francobolli. Poggiò la pistola sullo scrittoio, prese dai pantaloni un fazzoletto e un paio di guanti chirurgici in latice e li infilò. Tolse il caricatore con le otto cartucce rimaste e pulì con cura tutta l'arma. Poi ricaricò la pistola, afferrò la mano del cadavere, ne inserì il dito sul grilletto e sparò ancora, puntando verso il cielo nero incorniciato dal balcone. Lasciò andare la mano dopo aver passato le impronte, indice e pollice del cadavere, su diversi punti dell'arma. Fece scivolare la pistola a terra, a pochi centimetri dalla mano immobile, e compì due passi indietro. «Merda», pensò compiaciuto, «è un suicidio perfetto.»
Osservò il suo bicchiere sullo scrittoio e si sporse per agguantarlo. Mandò giù il whisky, ormai annacquato, tutto d'un fiato e notò l'impronta circolare sul velo di polvere. Manovrò un poco per far penetrare il bicchiere nella tasca interna della giacca e passò la manica sul cristallo dello scrittoio, per eliminare ogni traccia della sua presenza. Aprì il primo cassetto e scartabellò alla ricerca del francobollo mancante, senza successo. Nel secondo cassetto, trovò solo una gran quantità di dischetti da computer.
Erano all'incirca le ventidue e quaranta quando trillò il telefono. La segre-teria era disinserita, e l'uomo lo lasciò suonare a lungo finché la persona all'altro capo non riattaccò.
Gettò uno sguardo desolato sull'immensa biblioteca alle spalle del cada-vere, centinaia e centinaia di volumi d'ogni genere e di compact disc di musica classica. Alla destra del catalogo Yvert & Tellier si evidenziavano solo quattro raccoglitori in tela verde scuro. Ne verificò il contenuto con un tenero barlume di speranza, ma a malincuore distinse molti francobolli di pregio limitato. Ripose seccato i raccoglitori al loro posto, prese la custodia con il foglio di francobolli rosa amputato nell'angolo ed il certificato, ed uscì dalla stanza, lanciando un'occhiata al cadavere riverso e asciugandosi il sudore sulla fronte con i pol-pastrelli guantati. L'ultima nota del Notturno in Sol maggiore si esaurì nello stereo.
L'impianto, un Kenwood dell'ultima generazione, era stato programmato per la ripetizione automatica dei brani e la musica ripartì con il Notturno in Si bemolle minore.
L'assassino fece una rapida perlustrazione in casa, e non mancò di notare le due stanze da letto, una prettamente femminile per la frivolezza che aleggiava. I letti, entrambi ad una piazza e mezza ma in stanze separate, testimoniavano gli stili di vita indipendente dei coniugi, a maggior conferma di ciò che lui sapeva su Aldo. Si allontanò tirandosi l'uscio dell'appartamento, mentre il telefono ripren-deva a trillare.
Solo quando, per le scale, stava sfilandosi i guanti, gli sovvenne l'acquario vagante sul monitor illuminato. Imprecò pensando che avrebbe dovuto dare una sbirciata ai segreti custoditi nel computer, ma lo sferragliare dell'ascensore in movimento fu un insuperabile deterrente. Scassinare la serratura e rientrare nell'appartamento solo per soddisfare una curiosità dall'esito incerto rappresentava una complicazione eccessiva.
Lasciò il palazzo tre minuti oltre le ventitré, convinto che nessuno lo avesse minimamente notato da quando, cinque minuti dopo le ventidue, aveva suonato al citofono di Aldo. Si era trattenuto per meno di un'ora.