
al-Breisiyeh, Siria
Meridionale
Anno 1996
I due uomini sedevano uno di fronte all'altro, sotto una tenda militare
color caki, sudicia e spartana, piantonata da altri quattro uomini in pieno
assetto di guerra, con le mitragliette a tracolla. L'odore di sterco di
cammello prevaleva su quello, pur intenso, del sudore che li macchiava
sul torace, la schiena e sotto le ascelle. Il vento caldo del deserto Siriaco,
le cui propaggini si allungavano a pochi chilometri in direzione nordest,
scuoteva incessantemente i tendaggi, portando fin lì come una foschia
sottili granelli di sabbia.
Le tute mimetiche dei due non bastavano a distinguerli, ma, dalla deferenza
del secondo verso il primo, l'autorità del superiore era intuibile.
«Mi
è stato riferito che il tuo compito si è esaurito»,
disse quello che si faceva chiamare colonnello. La sua mimica era piatta,
ma la voce mostrava un cenno di compiacimento.
«E' così», convenne l'altro, più giovane, ma
dall'aspetto altrettanto determinato.
«Sono contento. Ho seguito le varie fasi dell'addestramento. Sei
stato molto efficiente. Ho saputo però che qualcuno non si è
mostrato all'altezza».
«Sì. Abbiamo dovuto fare a meno di loro».
«Naturalmente, non riveleranno quanto hanno appreso».
«Naturalmente. Non possono più, fratello. La loro bocca è
stata sprangata».
L'altro si appoggiò allo schienale, pensieroso. Aveva la carnagione
bruna, capello folti come i baffi e neri come gli occhi, i lineamenti squadrati
come da uno scalpello, i muscoli possenti. La sua età era indefinita
e indefinibile, e chi gli dava quarant'anni si scontrava con lo scetticismo
di chi garantiva di conoscere le sue gesta da venticinque. Non amava reiterare
un ordine, mai, e quando raramente ciò era avvenuto, aveva fissato
una condanna a morte. Era tra gli uomini più temuti da Tel Aviv,
e il Mossad nonostante la famigerata spietatezza e la meticolosità,
non era riuscito a snidarlo, consolidandone per paradosso la leggenda.
Cambiava di continuo al posizione dell'accampamento, perfettamente mimetizzato
con l'ambiente. Aveva memorizzato tutti i passaggi dei satelliti spia,
durante i quali era tassativamente vietato a chicchessia qualsiasi movimento.
Gli spostamenti si svolgevano solo di notte, e con le luci rigorosamente
mascherate. Il governo siriano non lo amava, ma lo tollerava implicitamente,
non sconfessandone mai le azioni talvolta anche troppo platealmente efferate.
Evidentemente trovando un qualche tornaconto per la politica estera del
Paese.
Portò le mani dietro la nuca, poi riprese. «Quanti ne abbiamo,
in tutto?»
«Dodici».
«Tutti affidabili?»
«Hai la mia testa».
Il colonnello annuì. «Quali missioni intermedi assegnare a
loro?», domandò poi, accompagnandosi con un ampio, flemmatico
gesto circolare della mano.
«Per il momento, nessuna»
«Spiegati meglio», si limitò a replicare l'altro.
«Per il momento non sono previste azioni».
«Ma potrebbe succedere domani».
«O tra un anno. O mai»
«E credi che resteranno affidabili per così tanto tempo?».
«Ti ho già consegnato la testa altre volte, ed è ancora
posata sul mio collo. Non hanno una missione, ma ci daranno i loro spostamenti.
Dovranno dirci dove sono, e che cosa fanno. Hanno la più ampia libertà.
E, probabilmente, tempo a disposizione per scegliere con cura gli obiettivi
e introdursi nei luoghi che costituiranno il loro campo d'azione. Metteranno
radici, e vivranno una vita del tutto normale ed anonima, fino al giorno
in cui li richiederemo per dare attuazione del piano. Presteremo assistenza
a quelli che reputiamo più capaci, se occorrerà».
«Abbiamo bisogno di molto denaro. I traffici di droga ci sono stati
preclusi dai fratelli pasdran, e i nostro canili non sono più sufficienti
per tradurre in pratica il progetto che ho in mente. Il grande Giorno del
Nuovo Sole».
«Lo so. E questo lo sanno anche loro. Prepareranno il terreno per
procurarsi molto denaro, come tu vuoi».
«Giustamente. Allora, fratello. Dove intendi spedirli?».
«Ritengo che in Europa le smagliature nelle reti siano molto estese.
E' sin troppo facile far entrare piccoli pesci».
«Dove precisamente?», insistette il colonnello.
«Dove sono stati destinati in Olanda. Quattro nei paesi dell'Europa
centrale. Uno in Grecia. Cinque in Italia».
«Perché tanti in Italia?».
«A mio umile giudizio, presenta il più alto livello di contraddizioni.
Molta ricchezza, pochi controlli seriamente efficaci. E una persona rispettabile
può passare inosservata quanto un infame, purché sia abile».
«Quindi, saranno impegnati a seminare, non è così?»,
chiese retoricamente l'altro. Il suo tono aveva assunto un'enfatica solennità.
«Ma dovranno mietere i frutti attesi, saranno maturi, impieghino
lo stretto necessario per mettere il raccolto a disposizione della causa
comune».
«I tuoi desideri per me sono ordini».
«Non sono miei desideri, ma è il sacro volere di Allah».
«Lode a Lui».
Il colonnello si levò in piedi, a voler dire che il breve colloquio
era terminato. L'altro lo emulò subito, nella persuasione di non
aver dato risposte, ma solo conferme alle affermazioni. Il colonnello sapeva
già tutto prima ancora che l'istruttore si fosse seduto dinanzi
a lui. «Vai pure, adesso», concluse a mo' di congedo. «Avrai
nuovi ordini, al momento opportuno».
L'altro chinò il capo, in segno di untuosa sudditanza. Girò
i tacchi e tolse l'ingombro.
Entrambi covavano la certezza assoluta nella riuscita del complesso
progetto a lungo termine, una certezza che traeva origine dalla fede religiosa
e dalla fanatica volontà di annientare l'infedele, il rinnegato
che aveva abbindolato il loro grande popolo, svendendolo per un pugno di
sabbia.
Il colonnello si sentì un messo di Allah. Sollevò prima il
mento, poi i pugni al cielo, in un gesto che voleva esprimere insieme
la fierezza della sua gente, il rancore del tradimento e la smania di vendetta
dei giusti. Infine si sfilò le scarpe, preparandosi alla rituale
preghiera di mezzogiorno.
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